Mattarella e Meloni: una festa "inclusiva". Sullo sfondo l'ombra della legge elettorale

Scritto il 02/06/2026
da Adalberto Signore

Anche Palazzo Chigi aperto al pubblico. Il rapporto di "collaborazione oscillante"

da Roma

L'ultima volta che si sono incontrati è stato a Modena e in un'occasione tutt'altro che di festa, visto che erano tutti e due all'ospedale Baggiovara per far visita alle vittime della follia di Salim El Koudri, l'uomo che lo scorso 16 maggio si è gettato con la sua auto contro la folla a passeggio nel centro della città emiliana. Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, però, si ritroveranno insieme anche oggi e questa volta per celebrare gli ottanta anni della Repubblica. Una giornata che si aprirà in mattina all'Altare della Patria (dove il capo dello Stato deporrà una corona d'alloro al Milite Ignoto) e si chiuderà a sera in piazza del Quirinale, con uno spettacolo dal titolo I volti della Repubblica che sarà trasmesso in diretta su Rai1.

Insomma, la scelta di Mattarella è stata quella di "traslocare" fuori dal palazzo e sostituire il tradizionale ed esclusivo ricevimento del primo giugno nei giardini del Quirinale con un evento simbolicamente aperto a tutti, con cantanti, attori e artisti vari a calcare il palco allestito in piazza del Quirinale.

Un approccio che Meloni sembra aver condiviso. La premier - che oggi sarà prima all'Altare della Patria, poi ai Fori Imperiali per la parata e infine in piazza del Quirinale - ha infatti deciso di festeggiare il 2 giugno aprendo le porte di Palazzo Chigi ai cittadini, con visite guidate dalle 12.30 alle 19.30 lungo un percorso che comprenderà il Cortile d'onore e le principali sale del palazzo con esibizioni musicali affidate alla banda delle forze armate. Anche Meloni, dunque, ha scelto un festeggiamento inclusivo e aperto, quasi che i programmi di Quirinale e Palazzo Chigi fossero in qualche modo coordinati.

Una sintonia che in questi quasi quattro anni passati dalla premier a Palazzo Chigi non è propriamente stata la regola. Al di là dello scontro istituzionale che lo scorso novembre ha coinvolto il consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani, il rapporto tra Meloni e il capo dello Stato è sempre stato di collaborazione e pragmatismo, seppure con quale oscillazione. I passaggi più critici si sono registrati soprattutto sulla conversione di alcuni decreti. In primo luogo il cosiddetto Omnibus, che lo scorso anno fu al centro di un braccio di ferro tra gli uffici di Palazzo Chigi e del Colle nella parte relativa a Sport e Salute. E poi il decreto sicurezza, con il Quirinale che ha sollevato forti rilievi di incostituzionalità sul compenso per gli avvocati impegnati nelle procedure di rimpatrio dei migranti. Un muro contro muro che alla fine di aprile si è risolto con la controfirma contestuale di due decreti (il secondo correttivo del primo), soluzione emergenziale per evitare che il provvedimento decadesse.

E chissà se nei prossimi mesi qualche tensione si registrerà anche sulla riforma della legge elettorale in discussione alla Camera. Già domani mattina, infatti, in commissione Affari costituzionali riprenderanno le audizioni degli esperti, con l'obiettivo dichiarato da parte della maggioranza di arrivare con il provvedimento in Aula a fine mese, così da contingentare i tempi a luglio e ottenere il via libera di Montecitorio prima dell'estate. E a breve dovrebbero arrivare almeno due modifiche al testo su cui gli sherpa della maggioranza lavorano già da prima di depositare in Commissione il cosiddetto Bignami-bis: la prima serve a risolvere i dubbi di costituzionalità legati al voto in Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta (considerati la principale criticità di questa riforma), la seconda a modificare le circoscrizioni estere.

È cosa nota che in ambienti vicini al Quirinale è soprattutto l'impianto stesso della legge - e in particolare il cospicuo premio di maggioranza - a non convincere. Ma il Colle per il momento si limita a osservare l'evolversi del dibattito, considerato fisiologico perché non è certo la prima volta che una maggioranza mette mano al sistema di voto. Per qualsiasi valutazione nel merito, invece, il Quirinale come al solito attende di leggere il testo che sarà effettivamente licenziato dalle Camere. Solo allora, carte alla mano, si potranno davvero fare delle valutazioni.