Amava molto Luino. Per questo la prendeva in giro

Scritto il 15/01/2026
da Giorgio Ballario

Un libro sul legame controverso ma indissolubile con la città lacustre

«Amo molto questo mio paese. Ci torno una volta alla settimana. Se ci abitassi perderebbe il suo fascino. Ritornare circa una volta alla settimana è un'emozione che si rinnova ogni volta, come ritrovare un'amante». Piero Chiara e Luino, un legame indissolubile ma non sempre sereno: fatto di slanci amorosi e critiche impietose, attimi di felicità e lunghi momenti di tedio, desideri e rimpianti. Proprio come un duraturo rapporto amoroso.

Lo scrittore nacque nel 1913 nel paese sulla sponda lombarda del lago Maggiore ma visse quasi sempre altrove: da bambino in collegio a Verbania e Arona, da studente (svogliato) a Novara, per poi sbarcare il lunario a Roma, Napoli, Nizza e Milano prima di vincere un concorso per aiuto cancelliere in Friuli. E ancora, in tempo di guerra, un forzato soggiorno in Svizzera e poi spostamenti tra Varese, Milano, Parigi. Ma sempre con Luino nel cuore, un luogo che non a caso è diventato scenario di quasi tutte le sue opere, romanzi molto popolari tra gli anni Sessanta e Settanta che gli hanno tributato un enorme successo e oltre quattro milioni di copie vendute.

Al rapporto profondo e tormentato dell'autore con la sua piccola patria è dedicato il volume Piero Chiara e il suo raccontare il lago, scritto da Stefania Romito con il contributo di Tiziana Zanetti, Furio Artoni e Riccardo Chisari, e pubblicato da Passerino Editore. Un breve saggio che ha il pregio di mettere al centro l'inestricabile relazione tra Chiara, Luino, il lago Maggiore e il confinante Canton Ticino, che lui considerava terra d'adozione. «Per Chiara il paese natale non fu solo un luogo fisico ma una specie di lente mediante cui osservare il mondo», spiega Stefania Romito.

Le passeggiate sul lungolago, le chiacchiere interminabili al bar, i pettegolezzi, il desiderio d'evasione che passa attraverso la stazione ferroviaria, luogo simbolico che può diventare magica soglia verso l'incognito oppure rassicurante ritorno al ventre materno del proprio paese, come capita al protagonista de Il cappotto di astrakan (1978). Tutto in Piero Chiara riflette il piccolo mondo di Luino e le sue descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono quasi sempre riprodotte dalla realtà. Il Caffè Clerici con i suoi clienti fissi; il casino di Mamarosa, terza istituzione cittadina dopo il municipio e la chiesa; la casa natale dello scrittore in via Felice Cavallotti, dove oggi c'è il ristorante Due Scale; la Rotonda, l'hotel Metropole, la stazione ferroviaria via di fuga per la Svizzera e la Francia.

E naturalmente il lago. «Il paesaggio del Lago Maggiore, con le sue acque increspate dal vento e le rovine suggestive dei Castelli di Cannero», scrive Romito, «diventa luogo dell'anima, evocato con immagini liriche che trasmettono un senso di nostalgia e di attaccamento alle proprie radici. Un luogo sospeso tra sogno e realtà».

Nostalgia, radici e forte legame con il passato della famiglia materna, scesa a metà dell'Ottocento dai monti del Vergante per aprire le attività commerciali in paese. Questa è senza dubbio la cifra stilistica di Chiara, ma anche l'ironia, tanta ironia. Imparata forse ai tavoli da gioco e ai biliardi dei caffè, vera scuola di vita dell'autore varesino così come dei suoi tanti personaggi di carta: stecca e poker come metafore della vita e dell'azzardo esistenziale, le regole del gioco, le sottili strategie e il rischio costante come visione del mondo in un angolo della provincia italiana. In questo senso l'universo di Chiara è già del tutto presente nel romanzo d'esordio, Il piatto piange, del 1962, che descrive in modo vivido le notti passate a giocare d'azzardo, in un microcosmo in cui giovani e vecchi, ricchi e poveri si affrontano sullo stesso piano.

Come detto, per scrivere i suoi romanzi Piero Chiara attingeva a piene mani dalla realtà che lo circondava. Nel libro Stefania Romito riferisce che l'autore buttava giù il manoscritto con le storie vere e i nomi reali dei personaggi del paese e poi, in sede di revisione, li sostituiva con identità inventate, di solito ispirate da lunghe visite nei cimiteri della zona. Ma questo sistema di lavoro non piaceva a tutti, perché talvolta i soggetti rimanevano troppo riconoscibili. Per esempio, il Guerlasca de Il piatto piange era ispirato a un medico di Luino, il vero pretore Muscarello divenne Anatriello per il suo incedere simile a un'anatra e Temistocle Mario Orimbelli, de La stanza del vescovo, era ricalcato su Giuseppe Attilio Ortelli, la cui vita fornì molti spunti narrativi all'autore. Dopo la pubblicazione del romanzo d'esordio il parroco lo criticò aspramente per aver diffamato Luino e la sua morale; mentre nell'opera La spartizione venivano ritratte in modo poco lusinghiero tre donne che tutto il paese identificò senz'ombra di dubbio in tre sorelle che abitavano in via Cavallotti, a breve distanza da Chiara.

Il successo editoriale venne ben presto amplificato dal cinema, infatti sei romanzi di Chiara finirono sul grande schermo grazie a registi del valore di Alberto Lattuada e Dino Risi. Tuttavia nei confronti della settima arte lo scrittore rimase sempre scettico: «Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il nuovo proprietario lo tratti bene, ma non si ha alcun controllo sul suo destino», commentava con disincanto.