“Una piccola parte di me che voglio cancellare”. È una frase che Marirosa Andreotta ha scritto in una lettera per Luca Orioli. I due ventenni vennero trovati morti nel 1988 in una casa di proprietà della famiglia di lei. “Omicidio” ha tuonato nel tempo parte della magistratura, cui ha fatto eco la signora Olimpia Fuina Orioli, mamma di Luca, che ancora oggi si batte per la verità. “Incidente domestico” hanno ribattuto le indagini, che si chiede vengano riaperte. “Si ritenne subito di derubricare il tutto come un incidente domestico”, specifica a IlGiornale, raccontando gli esordi della vicenda, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, che segue la signora Orioli. La storia dei due giovani è nota come il caso dei fidanzati di Policoro, sebbene pare che i due avessero interrotto poco prima la relazione pur restando grandi amici.
La scena del crimine
È la sera del 23 marzo 1988 a Policoro, in provincia di Matera. La madre di Marirosa Andreotta entra nella villetta in cui si sarebbe trovata la figlia con il fidanzato, trovando la porta socchiusa: i due non sono però più in vita. I corpi si trovano entrambi in bagno, con la porta e la bascula per l’esterno aperte, lo scaldino acceso: Luca Orioli è sul pavimento, dove ci sono tracce d’acqua come se il corpo fosse stato trascinato, mentre Andreotta è nella vasca piena d’acqua. Entrambi i corpi presentano lesioni e quello di lei continua a sanguinare da una ferita sulla nuca.
“Marirosa continua a sanguinare quando la prendono dal bagno e la portano in un lenzuolo, poi la mettono dentro la cassa e continua a sanguinare. Quando la morte è avvenuta in modalità violenta e consapevole, per esempio quando c'è il terrore che si sta per morire perché c'è una pistola o perché c'è uno strangolamento, il nostro cervello rilascia adrenalina con conseguente fibrinolisi, tale da continuare a sanguinare post mortem”, dice Fiumefreddo.
La madre di lei è sotto choc, chiama i parenti e solo dopo i soccorsi proprio a causa dello choc, mentre i carabinieri giungono sul posto un paio di ore più tardi. La scena dunque viene pesantemente inquinata. È l’inizio di una storia che non ha fine.
Le indagini nel tempo
Le indagini propesero subito per l’incidente domestico da elettrocuzione. “Inizialmente, si disse che i due ragazzi sarebbero morti per elettrocuzione a causa di uno scaldino, successivamente si parlò di un interruttore. Venne fatta solo un’ispezione cadaverica per questo, non si fece neppure l’autopsia e i ragazzi vennero tumulati, sebbene molti dettagli risultavano singolari”, racconta l’avvocato. Tra i dettagli insoliti: perché accendere lo scaldino con la porta e la bascula aperte, vanificando la funzione dell’elettrodomestico?
Ma il dettaglio più evidente è un altro: le lesioni dei due e in particolare il sanguinamento di Marirosa Andreotta. “Nel 1994 c’è la prima riapertura delle indagini su impulso dei famigliari delle vittime. I dubbi riguardano i segni di trascinamento su Luca, il quale aveva un testicolo enorme, una ferita alla gamba sinistra e delle escoriazioni. Marirosa presentava una ferita di circa 11-12 centimetri alla nuca, abbondantemente sanguinante, e anche lei era piena di escoriazioni, con un livido molto visibile sulla guancia destra. In più lo scaldino si dimostrava perfettamente funzionante, così come il salvavite, tuttavia queste indagini avrebbero consegnato agli inquirenti una serie di misteri”.
C’è poi la questione delle fotografie della scena criminis. “Erano stati chiamati due fotografi come ausiliari di polizia giudiziaria. Ma nel vedere le foto del fascicolo non le riconoscono: dicono di non averle scattate loro e che invece i loro scatti mancano, chiedendo spiegazioni e chiarendo, uno di loro, di essere salito su una sedia per lavorare, per non lasciare tracce, per cui le sue foto sarebbero state tutte dall’alto. L’altro non riconobbe la carta della stampa né il rullino. Ed entrambi ammettono che lo stato in cui avevano trovato i corpi non corrisponde a quello mostrato nelle immagini allegate”, spiega Fiumefreddo.
Nel corso delle indagini, che sarebbero durate fino al 1997, viene indagato un amico della coppia, Walter Mazziotta, la cui auto viene vista nei pressi dell’abitazione la sera del 23 marzo 1988. Mazziotta, oggetto di intercettazioni anche con altre persone vicine ai due ragazzi, dice agli inquirenti di essersi recato in effetti a trovare i due amici, ma dice anche che non gli abbiano aperto. In più fornisce un alibi, per cui le accuse nei suoi confronti cadono.
Viene esaminato il nodo fondamentale: si è trattato di un omicidio o di un incidente? “Un perito incaricato dalla procura, l’ingegner Sante Valecce, afferma di aver trovato l’origine della scossa elettrica, sebbene i ragazzi non avessero segni di entrata o uscita della corrente elettrica, tipici dell’elettrocuzione, ma presentassero la formazione di un fungo gassoso in bocca, che invece è il segno tipico dell’annegamento”, aggiunge Fiumefreddo. L’ingegnere sarebbe stato denunciato dai carabinieri per falsa perizia, tuttavia il reato sarebbe stato prescritto.
Ma c’è anche un’altra perizia medico-legale, che individua nei due corpi i segni di un’aggressione: in particolare su Luca Orioli si registra la rottura dell’osso ioide, che solitamente si rompe per impiccagione o strangolamento. “Dalla perizia emerge che i ragazzi sarebbero morti intorno alle 19, mentre lo scaldino sarebbe stato acceso automaticamente alle 22.10: chi lo ha acceso?”, si chiede il legale.
Il caso viene riaperto nel 2007 e nel 2011 vengono riesumati i corpi, per la perizia affidata al professor Introna dell’Università di Bari: “Il professor Introna dà atto di una cosa inquietante: non è che si è rotto solo l'osso ioide, che tuttavia non si trova più, ma non trova altri organi, cioè non trova pezzi di polmone, non trova il cervello, non trova il fegato, cioè non trova quegli organi che per principio di scienza medico-legale, anche a distanza di tempo con specifici esami, possono consentire di risalire alla causa della morte. A quel punto ancora una volta i carabinieri richiameranno il primo perito della procura, il professore Umani Ronchi, e gli chiederanno conto. Questi manderà una lettera per dire che, per tecnica medico-legale autoptica, il medico legale fa gli esami e poi lascia gli organi sul tavolo autoptico, perché altri poi li rimettano nella cavità dell'addome. Quindi probabilmente non l'hanno fatto”.
Viene concluso che l’“ipotesi meno improbabile” sia l’avvelenamento da monossido di carbonio. Tuttavia la famiglia Orioli si rivolge a dei periti dell’Università di Siena, i quali scrivono che “il metodo usato, risalente al ’54 fu smentito nella sua validità 3 anni dopo dal suo creatore”, che sarebbero stati “presi troppi tessuti” tali da “influenzare fortemente i risultati”, e che “non sono stati separati i gas prodotti dal corpo nella trasformazione post mortem da quelli, eventualmente, di produzione estranea”. Introna peraltro sarebbe tornato a parlare dell’argomento: “In un’intervista a Telenorba il professor introna dice di non aver ascritto la morte a inalazione di monossido di carbonio, poiché quella quantità non avrebbe mai potuto uccidere due persone”.
Nessun colpevole, molti dubbi
“Oltre ai numerosissimi depistaggi e insabbiamenti che costellano il caso, ci sono perizie truccate, riconosciuti reati e fatti prescrivere”, scrive nel 2011 mamma Olimpia in una lettera ai Ris, indirizzata al al generale Leoardo Gallitelli, chiedendo di non chiudere le indagini.
Non c’è una verità a tutt’oggi e le perplessità sono tante, a partire dalla figura di tale padre Salvatore che, la notte della morte dei due ragazzi, contatta gli Orioli per dire che il figlio e la fidanzata hanno avuto un incidente ed erano gravi. Il religioso avrebbe cercato e trovato - lo si sa grazie a un’intercettazione e un interrogatorio successivo - la corrispondenza tra i due giovani per bruciarla. Agli inquirenti avrebbe riferito, dopo aver smentito dapprima la propria azione, la volontà di tutelarne il pudore. Si è salvata solo la lettera di Marirosa Andreotta che parla di “una parte di me che voglio cancellare”.
C’è anche la questione di uno scaldabagno, il cui interruttore si era ipotizzato avesse dato la scossa a Orioli e Andreotta, ma l’elettrodomestico è stato in uso e funzionante per circa 10 anni dopo la loro morte, tanto che i genitori di lei hanno scritto a questo proposito ai magistrati di Matera.
Un altro grande giallo è rappresentato dai residui metallici di forma sferica rinvenuti in corrispondenza delle ferite all’atto della riesumazione, ed emersi in un esame radiologico. Vennero ascritti alla zincatura della bara, tuttavia quella di Andreotta non aveva ricevuto una zincatura in piombo.
Dal 2023 la signora Orioli con il suo legale hanno chiesto per 5 volte la riapertura delle indagini, sempre rigettata, ma hanno chiesto anche l’avocazione alla procura generale di Potenza, e infine hanno scritto al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Questo tenendo presente che nel tempo ci sono state verifiche richieste dai carabinieri e non effettuate, tra cui l’analisi dei metadati delle utenze telefoniche per verificare l’alibi di alcuni dei sospettati.
Per l’avvocato Fiumefreddo sarebbe importante anche un’analisi sulla lettera di Marirosa Andreotta, su alcuni residui piliferi sulla scena del crimine, sui vestiti dei ragazzi (inizialmente scomparsi e poi ritrovati all’Istituto di medicina legale dell’università La Sapienza di Roma, mai coinvolto nelle indagini), sulle agende di Orioli e Andreotta “che all’epoca raccoglievano le loro confidenze”.
Ma la procura di Matera ha risposto che si tratta di “critica non consentita del provvedimento del gip” e che quindi non ci sarebbero elementi di novità, tali da indurre alla riapertura delle indagini.
Tuttavia parte della magistratura ha parlato, nel tempo, di omicidio. Per esempio l’ha fatto Luigi De Magistris, pm ai tempi dell’inchiesta su “Toghe Lucane”. “De Magistris delega la sua indagine alla Guardia di Finanza. Emerge una storia, già ventilata dalle famiglie, su festini a base di sesso di gruppo e droga, con fonti dichiarative dirette, e sarebbero stati coinvolti ambienti criminali ma anche istituzionali, all’interno di un villaggio turistico”, conclude l’avvocato. Che i ragazzi siano venuti in possesso di qualche informazione in tal senso? Se così fosse, sarebbe il presunto movente di un omicidio ancora senza nomi dei responsabili.

