È la legge della forca. E dell'orrore. Nulla di nuovo. Il regime iraniano l'ha già impiegata per reprimere le proteste del "movimento verde" nel 2009 e quelle contro il velo del 2022. Oggi però cambia la dimensione dell'orrore. I 2.403 morti accertati martedì, tra cui 143 appartenenti alle Forze di Sicurezza, sono il frutto delle indiscrezioni passate da alcuni funzionari del regime. Ma quelle indiscrezioni, fondamentali per capire la dimensione della strage innescano anche la proliferazione di cifre fuori controllo. Così "Iran International", media dell'opposizione basato a Londra parla di 12mila morti mentre altre fonti - citate dalla rete americana Cbs - ipotizzano oltre 20mila morti. Ma quelle cifre fuori controllo fanno comodo al regime. Instillano paura nel cuore della popolazione, la convincono ad abbandonare le piazze.
La strategia scatta giovedì 8 gennaio. Quel giorno internet e telefoni smettono di funzionare mentre le armi di Basiji e Pasdaran aprono il fuoco sui manifestanti. Il massacro non deve esser fatto vedere, non deve trapelare all'estero. Gli effetti, invece, possono - anzi devono - essere esibiti. La loro rappresentazione deve passare di bocca in bocca. E far tremare i polsi di chi è ancora vivo: di ieri le incursioni intimidatorie dei Pasdaran nelle case delel vittime sparando, lanciando insulti e saccheggiando. Tra sabato e domenica i familiari di vittime e dispersi vengono invitati a raggiungere Kahrizak, a Sud di Teheran, per cercare i propri cari nell'obitorio allestito dentro e fuori un capannone. Lì genitori e fratelli, madri e mogli sono costretti ad aprire centinaia di sacchi neri, a esaminare volti e corpi insanguinati. Un parente di Rubina Aminian, una studentessa 23enne uccisa a Teheran l'8 gennaio, racconta il dramma dei genitori costretti, per trovarla, a chinarsi sui cadaveri di dozzine di ragazzi e ragazze ventenni uccisi con dei colpi alla nuca. Racconti e scene filmate con i telefonini che in qualche modo superano la barriera di internet e trapelano all'estero. Ma non solo. La prima a riprendere quelle immagini e a diffonderle in tutto l'Iran è la televisione di stato iraniana.
La mossa secondo Nazli Kamouri, esperto iraniano di comunicazione, nasconde una strategia precisa. "I media della Repubblica Islamica - scrive su X - espongono deliberatamente le immagini dei corpi delle vittime. Ma non sono rivelazioni bensì precisi segnali. Da tutti i settori del potere trapela lo stesso messaggio. Vi uccideremo o vi manderemo a morte". Le esecuzioni sono il secondo capitolo della strategia. A condurlo sono i giudici dei tribunali speciali chiamati ad allestire processi farsa e consegnare ai boia i presunti capi della rivolta. Il prologo è l'esecuzione, lo scorso 7 gennaio, di tre detenuti nella prigione di Ghezl Hesar.
Ora dopo gli interrogatori condotti nel Reparto 209 del carcere di Evin ci si aspetta, come già in passato, un'ondata di impiccagioni. L'unica speranza di fermarle è riposta nelle parole di Donald Trump pronto, secondo quanto dichiarato martedì alla Cbs ad "intraprendere azioni molto forti" per bloccare i boia. A quella promessa è appesa la sorte del 26enne Erfan Soltani, un oppositore fatto arrestare l'8 gennaio e già condannato a morte senza alcun processo. Da quanto raccontano i genitori - a cui sono stati concessi dieci minuti per un ultimo saluto - Erfan potrebbe essere stato portato al patibolo già la scorsa notte. Ma se Erfan verrà impiccato e Trump non agirà le forche potrebbero tornare a lavorare a pieno ritmo. E restituirci le atrocità del 2022 quando una dozzina di giovani uomini e donne morirono appesi ai ganci delle gru allineate nei cortili delle prigioni.

