Una cellula deviata all'interno della Direzione nazionale antimafia, nata e cresciuta con la consapevolezza del suo capo dell'epoca, Federico Cafiero De Raho: questa è la vera storia del "caso Striano" come emerge dalla bozza di relazione finale della Commissione parlamentare Antimafia, depositata ieri. In duecento pagine vengono elencati uno per uno gli accertamenti compiuti dall'Antimafia e le conclusioni finali sono esplosive. Perché dicono che il finanziere Pasquale Striano, con le sue centinaia di migliaia di incursioni informatiche nelle banche dati più delicate del paese, non agiva in modo "individuale e occasionale" ma come una sorta di "agente sotto copertura". Pesanti sono i passaggi dedicati alle colpe dei vertici dell'epoca della Guardia di finanza, come quelli che puntano il dito contro i giornalisti del Domani che beneficiavano dei dossier illegali prelevati dalla "talpa".
E il passaggio più politicamente rilevante è quello dedicato a Cafiero De Raho, l'ex capo della Dna che oggi siede alla Camera nelle file dei 5 Stelle, ed è vicepresidente proprio della commissione Antimafia. Il coinvolgimento di Cafiero De Raho è talmente evidente che la bozza di relazione accusa le due Procure che hanno indagato sulla vicenda di averlo trattato con eccessiva benevolenza. Analizzando la figura di Cafiero, scrivono i relatori, "emerge in modo evidente non un quadro di inconsapevolezza o di mera superficialità, ma al contrario l'immagine di un protagonista, per aver egli stesso adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle s.o.s. (le Segnalazioni di operazioni sospette provenienti dalla Banca d'Italia) pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico ed oltremodo sensibili politicamente".
Negli anni in cui Cafiero era alla guida della Dna, e in cui si susseguivano le fughe di notizie, tutte o quasi contro il centrodestra, "il Procuratore nazionale antimafia (ovvero Cafiero, ndr.) sapeva, ed è difficile sostenere il contrario. La tolleranza verso prassi illegittime od anche illecite e l'assenza totale di controlli effettivi non costituiscono dunque un'anomalia insospettata, bensì una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti. La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che De Raho considerò funzionale, perché quando il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia, e lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza".
Sotto la guida di Cafiero, dice in sostanza la bozza, la Dna accumulava il monopolio di un patrimonio gigantesco di dati, che spesso non avevano nulla a che fare con la lotta alla mafia, e realizzava inchieste altrettanto estranee ai suoi compiti. In almeno due casi è Cafiero stesso a dare il via: contro la Lega, e contro il sottosegretario Siri, anche lui leghista. Eppure quando hanno dovuto occuparsi di Cafiero De Raho le Procure che indagavano sul caso hanno trattato l'ex collega quasi con i guanti: "nonostante la sua funzione apicale e la gravità delle condotte emerse, l'approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale"; i suoi interrogatori sono "caratterizzati da incongruità e superficialità, privi di un adeguato approfondimento". Parole pesanti vengono riservate dalla bozza ai comandi della Gdf, che spinsero per l'assegnazione all'ex maresciallo di compiti rilevanti all'interno della Dna: "questa collocazione non era casuale, era l'esito di un percorso costruito, calibrato e orientato". L'ex capo di Stato maggiore Umberto Sirico viene accusato di avere continuamente sponsorizzato Striano con l'obiettivo di collocare "un ufficiale di fiducia, interno alla Guardia di finanza, dotato di capacità tecniche e posto in posizione tale da garantirgli accesso ad un patrimonio informativo senza precedenti". E quando Matteo Renzi denunciò le fughe di notizie, l'azione di accertamento interna (alla Guardia di finanza, ndr) fu talmente superficiale da risultare sostanzialmente nulla. La Gdf "ha consentito che un suo ufficiale, per anni, si muovesse come un operatore clandestino in un'area che invece avrebbe dovuto essere assoggettata a controlli severissimi".
Tra i destinatari dei dossieraggi di Striano, la bozza di relazione dedica un capitolo apposito ai giornalisti del Domani finiti sotto inchiesta insieme a lui, indicandoli come esponenti "non di un giornalismo che cerca la verità, ma un giornalismo che chiede, utilizza e diviene cassa di risonanza di materiale illecitamente acquisito. E dunque, si rivela come un giornalismo che non controlla l'operato delle istituzioni, bensì diventa istigatore di un flusso illegale di informazioni proveniente da soggetti collocati all'interno di esse; non un giornalismo che ricerca, ma un giornalismo che sollecita, che orienta, che attende materiale da pubblicare per fini evidentemente politici".