Iran, la rivoluzione a tavola

Scritto il 15/01/2026
da Maria Cristina Bellelli

Quando una dittatura decide cosa puoi bere e mangiare, anche un bicchiere diventa un atto di libertà


In Iran perfino un bicchiere può essere un atto di disobbedienza. Non per il suo contenuto, ma per ciò che rappresenta. In uno Stato che punisce il piacere con la frusta e trasforma la religione in codice penale, mangiare e bere non sono più gesti privati: sono territori di conflitto. La Repubblica islamica non si limita a governare e vessare i cittadini, pretende di dominarne i corpi, le bocche, i desideri. Decide cosa è lecito assaggiare, cosa è peccato ingerire, cosa è crimine perfino sorseggiare. E quando il potere arriva a questo livello di intimità, la ribellione non ha bisogno di slogan: basta una tavola apparecchiata in segreto, una bottiglia nascosta, un sapore proibito.

Da quel momento, il cibo smette di essere nutrimento e diventa linguaggio politico. E il mercato nero non è più solo economia clandestina: è la mappa sotterranea di una società che rifiuta di essere domata. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 l’Iran ha imposto una delle legislazioni morali più rigide al mondo.

Il codice penale islamico punisce il consumo di alcol per i musulmani con ottanta frustate, e Amnesty International ha documentato casi reali di applicazione della pena. L’importazione di alcolici è vietata, così come quella della carne di maiale e di tutti i prodotti considerati haram. Le stesse autorità doganali iraniane, nei documenti ufficiali, elencano alcol e maiale tra i beni proibiti all’ingresso nel Paese. Non si tratta quindi di semplici consuetudini religiose, ma di norme giuridiche coercitive, applicate dallo Stato con strumenti penali.

Il risultato, come in ogni proibizionismo assoluto, non è l’estinzione del comportamento, ma la sua trasformazione in clandestinità. L’alcol è l’esempio più evidente. Organismi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, insieme a Reuters, Associated Press e BBC Persian, hanno più volte descritto l’esistenza di un consumo diffuso e illegale, sostenuto da contrabbando transfrontaliero e produzione domestica. L’Iran importa illegalmente alcol da Turchia, Armenia, Azerbaijan, Iraq ed Emirati, mentre all’interno del Paese proliferano distillazioni artigianali. Questo sistema parallelo ha un costo umano altissimo: nel 2020, studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali hanno documentato migliaia di intossicazioni e centinaia di morti da metanolo, un veleno che viene spesso usato per adulterare l’alcol clandestino. Anche negli anni successivi, l’Associated Press ha riportato nuove ondate di avvelenamenti, con decine di vittime.

Qui si manifesta tutta l’ipocrisia di questo distopico sistema teocratico: lo Stato proclama di proteggere la moralità, ma in realtà espone i cittadini a rischi infinitamente maggiori. Chi ha denaro può permettersi alcol importato illegalmente ma relativamente sicuro mentre chi non ne ha finisce spesso vittima di prodotti tossici. Il proibizionismo non crea virtù, crea disuguaglianza e morte.

Accanto all’alcol, la carne di maiale e i suoi derivati rappresentano un altro simbolo del controllo alimentare. Il maiale è ufficialmente vietato all’importazione e alla vendita pubblica. Le fonti ufficiali lo confermano senza ambiguità. Ciò che è più difficile documentare con dati quantitativi è l’esistenza di un traffico strutturato e massiccio di carne di maiale come quello dell’alcol. Le fonti giornalistiche e accademiche serie non descrivono una rete paragonabile, ma riportano piuttosto un reperimento informale, in piccole quantità, spesso sotto forma di salumi o prodotti trasformati, soprattutto in ambienti privati o tra minoranze.

Questo dato, lungi dal smentire il fenomeno, ne mostra la natura ancora più clandestina: meno visibile, meno tracciabile, più frammentata. Anche in questo caso, ciò che è certo è il divieto; ciò che esiste nella realtà è una circolazione sotterranea, silenziosa, adattata alla repressione.

Ma fermarsi alla dimensione economica sarebbe riduttivo. In Iran, bere e mangiare ciò che è vietato non è solo consumo: è un'affermazione libertaria. Le testimonianze raccolte da IranWire, Deutsche Welle e BBC Persian mostrano una costante: per molti giovani, artisti, studenti, professionisti, bere un bicchiere o cucinare un piatto proibito significa ricordarsi di essere individui, non ingranaggi morali. Non è l’alcol a essere sacro, è la scelta. Non è il maiale a essere importante, è il diritto di decidere cosa entra nel proprio corpo.

Le feste clandestine, gli appartamenti sicuri, le reti di fiducia, i codici tra amici non sono solo strategie per evitare la polizia morale. Sono spazi simbolici di libertà. In quelle stanze non si celebra la trasgressione, si celebra la normalità. Si mangia, si beve, si ascolta musica, si ride. Si fa ciò che altrove è banale, ma che sotto una dittatura teocratica diventa rivoluzionario. Il paradosso è storico e universale. Prima del 1979 l’alcol in Iran era legale e regolato. Dopo il 1979 è diventato clandestino e mortale. Lo stesso accadde negli Stati Uniti durante il proibizionismo, nell’Unione Sovietica con la vodka, in ogni regime che ha tentato di governare l’intimità. La repressione non elimina il desiderio: lo radicalizza.

Anche il cibo, come l’alcol, è diventato un campo di battaglia culturale. Preparare piatti occidentali, usare ingredienti non approvati, cucinare ricette straniere è un modo per difendere una pluralità che il regime vorrebbe ridurre a un’unica identità religiosa e politica. La cucina domestica è diventata una zona franca. La tavola è diventata un rifugio. Ed è qui che nasce la simpatia inevitabile per chi insorge, anche in silenzio. Non perché il contrabbando sia virtuoso, ma perché la legge è ingiusta. Non perché l’alcol sia libertà, ma perché la libertà è poter scegliere. In un sistema che pretende di controllare il velo, la voce, il bacio, la musica e il piatto, anche un sorso diventa un atto di sovranità.

La dittatura teocratica iraniana ha voluto fare del corpo un territorio occupato. I cittadini hanno risposto trasformando il quotidiano in resistenza. Non con armi, ma con gesti. Non con proclami, ma con sapori. Non con bandiere, ma con tavole apparecchiate in segreto.

E così, in Iran, anche ciò che si mangia e ciò che si beve racconta una storia che nessuna censura può cancellare: la storia di un popolo che, pur sotto controllo, continua a ricordarsi come si vive.