I silos atomici sono solo l’inizio: così la Cina prepara la sua avanzata nucleare

Scritto il 02/06/2026
da Valerio Chiapparino

Nuove rampe, bunker e nodi di comando nello Xinjiang rafforzano la capacità di risposta di Pechino in caso di attacco

Dietro i sorrisi le minacce. La trionfale accoglienza riservata nella capitale cinese da Xi Jinping a Donald Trump in occasione dell’incontro tra i due leader dello scorso mese si è tradotta, di fatto, con una tregua strategica tra Pechino e Washington. I toni adoperati in pubblico dai più alti funzionari Usa per discutere dei vari dossier legati al Paese erede del Celeste Impero sembrano essersi ammorbiditi. Prova ne è il recente discorso del capo del Pentagono Pete Hegseth allo Shangri-La Dialogues. Il tutto, però, mentre lo stesso Xi Jinping, a pochi passi dal presidente americano, ha evocato la non rassicurante teoria della Trappola di Tucidide (che prevede che una potenza emergente e una dominante siano destinate a scontrarsi militarmente) e il rischio di un conflitto tra le due superpotenze su Taiwan.

Le strette di mano scambiate a Pechino tra i leader del G-2, insomma, mettono solo in sordina la minaccia cinese. Che, stando a quanto riferito dalla Reuters, continua a crescere di livello. Secondo l’agenzia britannica, infatti, immagini satellitari mostrano come Pechino stia costruendo in un remoto deserto della Cina, nella regione dello Xinjang, una vasta rete di rampe di lancio, bunker e nodi di comunicazione vicino ai silos nucleari di Hami che ospitano i missili a lungo raggio dell’esercito del gigante asiatico. Esperti di sicurezza consultati dalla Reuters sostengono che lo scopo di tali aggiunte sarebbe garantire a Pechino di poter reagire dopo un primo eventuale attacco americano all’arsenale nucleare cinese.

Alexander Neill, ricercatore presso il Pacific Forum delle Hawaii, dichiara che l’infrastruttura realizzata dal Paese del dragone si estende “per migliaia di chilometri quadrati di deserto oltre i campi di silos”. Più nel dettaglio sarebbero oltre 80 le piattaforme di lancio e tre le installazioni ottagonali costruite dalla Cina. Inoltre, si stima che alcune delle strutture catturate dall’occhio dei satelliti potrebbero essere impiegate per la guerra elettronica, le comunicazioni satellitari e le operazioni di comando. Nel suo complesso, scrive la Reuters, la rete segnala un significativo potenziamento degli sforzi di Pechino per garantire la capacità di un secondo attacco, sottolineando l’intensificarsi della competizione nucleare con gli Stati Uniti. Un confronto che, come spiegato da Xi Jinping, potrebbe andare fuori controllo in caso di un conflitto per la conquista di Taiwan.

Sebbene Pechino possa lanciare armi nucleari anche da aerei e da sottomarini, i campi di silos nello Xinjang e nella provincia del Gansu rappresentano un elemento centrale del sistema di riarmo nucleare cinese. Il quale ha un obiettivo dichiarato: sviluppare un deterrente minimo ma credibile in tale campo che permetta di mantenere una capacità di rappresaglia in caso di attacco preventivo. Secondo un rapporto del Pentagono pubblicato nel 2024, la Repubblica Popolare potrebbe però fare ricorso per prima ad un attacco nucleare, tra i vari scenari, qualora una sconfitta militare convenzionale a Taiwan “minacciasse gravemente” la sopravvivenza del regime comunista.

Il ministero della Difesa Usa, nel suo più recente documento rilasciato sulla modernizzazione militare cinese, sostiene che la produzione di testate nucleari da parte di Pechino ha subito un rallentamento ma che entro il 2030 dovrebbe comunque raggiungere le 1000 unità. In aggiunta a ciò, funzionari statunitensi affermano che il gigante asiatico avrebbe rafforzato anche il suo sistema di allerta precoce, basato sui satelliti Huoyan-1, che è in grado di rilevare un missile balistico intercontinentale in arrivo entro 90 secondi dal lancio e di allertare un centro di comando entro tre o quattro minuti consentendo così alla Cina di lanciare i propri missili dai silos prima che vengano colpiti.

Negli ultimi anni si è registrata una crescita impressionante dell’arsenale nucleare cinese, il quale sarebbe passato dalle circa 200 unità nel 2020 alle attuali 600. Un traguardo raggiunto, non a caso, in parallelo all’ordine di modernizzare l’esercito entro il 2027 impartito da Xi Jinping e che potrebbe coincidere con l’assalto all’isola di Taiwan. In merito all’aumento esponenziale delle armi atomiche della Repubblica Popolare (e non solo), gli esperti rilevano che la tendenza attuale è quella di rafforzare gli arsenali e non di ridurli. Nello specifico, la Cina non sarebbe interessata ad alcun negoziato sul controllo degli armamenti perché intende recuperare terreno rispetto alle altre due potenze atomiche, Stati Uniti e Russia, e sostiene che Washington e Mosca dovrebbero prima ridurre i propri arsenali. E intanto, quindi, nascondendosi dietro questa scusa, Pechino continua a correre.