Ancora una volta Donald Trump frena la furia anti-Hezbollah di Benjamin Netanyahu dopo che, con un effetto domino dirompente, l'offensiva militare delle forze israeliane in Libano ha rischiato di travolgere le trattative fra Stati Uniti e Iran e di alimentare una pericolosa escalation. Nel mezzo, il dramma dei civili, decine di migliaia di libanesi in fuga dal Paese sotto attacco, mentre altrettanti israeliani già dall'autunno 2023 sono costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa degli attacchi della milizia sciita filo-Iran.
È il primo pomeriggio in Italia, quando l'agenzia di stampa iraniana Tasnim, la più vicina ai Guardiani della Rivoluzione islamica, i pasdaran, annuncia lunedì che i contatti indiretti fra Stati Uniti e Iran sono sospesi fino alla "immediata cessazione delle operazioni aggressive e brutali di Israele a Gaza e in Libano". Teheran si dice pronta a chiudere completamente lo Stretto di Hormuz e anche lo Stretto di Bab al-Mandab, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, per "punire i sionisti e i loro sostenitori".
A riportare tutto al punto di partenza, anzi persino un passo indietro, è il "gioiello della Corona" dell'Asse iraniano: Hezbollah, il partito-milizia che rappresenta l'asset strategico più importante della regione per l'Iran e che dal 7 ottobre 2023 non smette di lanciare razzi e droni kamikaze sul nord di Israele, scatenando la durissima risposta israeliana. Una reazione talmente violenta che nelle ore più "calde" di ieri l'esercito israeliano, Tsahal, dopo aver martellato il sud del Libano e issato il giorno prima la bandiera israeliana sul castello libanese di Beaufort, tagliando in due il Paese dei cedri, lancia un ordine di evacuazione anche per il sobborgo Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah nel sud di Beirut. Una mossa avviata nonostante l'amministrazione americana avesse già chiesto a Netanyahu di non colpire la capitale libanese, per evitare ulteriori complicazioni, sia nelle trattative fra Usa e Iran che nei negoziati fra Beirut e Tel Aviv, questi ultimi previsti oggi e domani a Washington. Ma il ministro della Difesa israeliano Israel Katz spiega che "se non c'è pace nel nord di Israele, non ci sarà pace nella capitale libanese". Nonostante una tregua iniziata il 17 aprile e prorogata più volte, le Forze Armate israeliane e i miliziani del "Partito di Dio" si combattono da mesi, accusandosi di violazioni reciproche del cessate il fuoco.
Alla fine di una convulsa giornata, Trump annuncia di aver parlato con Netanyahu e, tramite rappresentanti di alto livello, anche con Hezbollah. Garantisce che "non ci saranno truppe israeliane dirette a Beirut" e spiega che i colloqui con Teheran "proseguono a ritmo serrato". Dopo il tycoon, il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, afferma il sostegno a un "cessate il fuoco completo in tutto il Libano", definito il "preludio al ritiro delle truppe israeliane da tutto il territorio libanese".
A spiegare quanto il fronte libanese sia importante per l'Iran era stato il presidente del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf: "Israele pagherà il conto per l'escalation in Libano". Come lui il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: "Il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti è inequivocabilmente su tutti i fronti, compreso il Libano". Il messaggio è un chiaro tentativo di fermare l'offensiva sulla capitale libanese, una richiesta a Trump di contenere Netanyahu. Condita con una minaccia agli israeliani: "Se Beirut sarà attaccata, colpiremo il nord di Israele", dicono gli iraniani. Alla fine gli Stati Uniti fermano Israele, almeno per ora. I raid su Beirut sono "rinviati", spiegano fonti israeliane. L'Onu, "molto preoccupata per l'escalation", riunisce in via emergenziale nella serata di ieri il Consiglio di Sicurezza.