Non luogo a procedere: Chiara Ferragni è stata prosciolta per il cosiddetto "Pandoro-gate". Nel pomeriggio di ieri il giudice della Terza sezione penale del Tribunale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, ha chiuso così la vicenda giudiziaria in cui l'influencer e imprenditrice era accusata di truffa aggravata. Il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Christian Barilli chiedevano una condanna a un anno e otto mesi senza attenuanti. "Siamo contenti. È accaduto quel che doveva accadere" ha detto subito dopo la lettura del dispositivo l'avvocato Giuseppe Iannaccone, che con il collega Marcello Bana difende Ferragni.
La vicenda è quella, esplosa circa due anni fa, del pandoro Balocco "Pink Christmas" e delle uova di Pasqua Dolci Preziosi. Ferragni era imputata per presunti messaggi ingannevoli pubblicati sui social. Secondo l'accusa, avrebbe promosso la vendita dei due dolci, lasciando intendere che parte del ricavato sarebbe andato a finanziare progetti di beneficenza. Il giudice non ha riconosciuto l'aggravante, contestata dai pm, della minorata difesa dei consumatori o utenti online, che rendeva il reato di truffa procedibile anche senza una denuncia. In questo modo, dopo che il Codacons circa un anno fa ha ritirato la querela grazie a un accordo risarcitorio raggiunto con l'imputata, è stato disposto il proscioglimento per estinzione del reato, riqualificato in truffa semplice (quindi improcedibile in assenza di querela di parte). Il proscioglimento ha riguardato anche i coimputati di Chiara Ferragni, cioè l'allora braccio destro, Fabio Damato, e il presidente di Cerealitalia, Francesco Cannillo.
"Chiara è stata ammirevole e deve essere un esempio per tutti - ha proseguito l'avvocato Iannaccone -. È stata rispettosa prima nei confronti dell'autorità garante e poi dell'autorità giudiziaria, nei confronti della quale si è comportata con trasparenza e ha avuto giustizia. Perché nel nostro Paese giustizia c'è, eccome". Soddisfatto anche l'avvocato Bana: "Siamo contenti di essere riusciti a fare assolvere Chiara dopo una battaglia durata due anni su un qualcosa che probabilmente non doveva nemmeno nascere".
Nel dettaglio la Procura, su indagine del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, sosteneva che tra il 2021 e il 2022 l'influencer avrebbe ingannato follower e consumatori ottenendo presunti ingiusti profitti - in relazione alla vendita dei dolci, il cui prezzo non comprendeva la beneficenza pubblicizzata - per circa 2,2 milioni. Ferragni, insieme al suo ex collaboratore Damato, avrebbe avuto un "ruolo preminente" nelle campagne commerciali ritenute ingannevoli, con "grande diffusività", perché i suoi 30 milioni di follower si fidavano di lei. Nella loro discussione i difensori hanno invece ribadito che da parte dell'imprenditrice "non c'è stato alcun dolo", cioè alcuna volontà di raggirare i consumatori. Non ci sarebbe stata alcuna truffa, semmai si è trattato di un caso di pubblicità ingannevole, dovuto a errori di comunicazione e per il quale Chiara Ferragni ha già chiuso il fronte amministrativo versando risarcimenti, ma anche donazioni, per un totale di circa 3,4 milioni di euro.
Interviene infine l'avvocato Aniello Chianese, legale della Casa del consumatore che era l'unica parte civile rimasta nel processo (ma non aveva presentato querela): "Purtroppo il mancato riconoscimento dell'aggravante ha determinato il non luogo a procedere, avendo i pochi consumatori in possesso di titoli di acquisto trovato un accordo transattivo. Non è una sentenza di assoluzione". L'associazione "ha inteso affrontare questa difficile battaglia nell'interesse esclusivo di centinaia di migliaia di consumatori esclusi da qualsiasi formula di accordo". Gli accordi hanno riguardato, oltre al Codacons, altri consumatori e associazioni, mentre la Casa del consumatore aveva rifiutato.